PROCESSO AL CAPITANO
di Nicoletta Griannosa
23/11/2023

Tutto quello che dai processi non emerge

Le ragioni dietro la decisione di mettersi alla guida di una barca

Al termine di ogni soccorso in mare le indagini delle autorità prendono di mira i migranti naufraghi per “favoreggiamento di immigrazione clandestina”. Negli ultimi anni le indagini erano per lo più concentrate nelle procure siciliane; da qualche tempo anche a Napoli ci sono processi di questo tipo. Il cosiddetto “scafista” è una figura utilizzata come capro espiatorio per le morti e i disastri causati dalla politica europea di chiusura dei confini. I migranti sono facili da prendere di mira con la scusa dello status “irregolare”, e anche condotte completamente inoffensive possono essere punite, come l’atto di guidare una barca e trasportare persone. In questi processi non emergono quasi mai le ragioni dietro la decisione di qualcuno di mettersi alla guida di una barca – che sia per il proprio progetto migratorio, o sotto minaccia di violenza, o per incentivi monetari, né questo incide in alcun modo sulle imputazioni. Individui che hanno salvato vite umane possono diventare criminali e rischiare anni e anni di detenzione. Molto spesso i “capitani” restano in carcere per tutta la durata del processo, senza poter comunicare con i familiari che non sono neanche a conoscenza della loro sorte. Ugualmente complicato è accedere alle prove che possono contribuire a mettere in luce le ragioni del loro agire, tra atti secretati, difficoltà linguistiche e condizioni economiche che non gli permettono di rivolgersi a consulenti. È in queste condizioni di solitudine che i capitani affrontano i processi, dopo aver affrontato il mare, attraversando una seconda Odissea che molto spesso termina in una cella di Poggioreale.