06/10/2026
Da Francesca Albanese a Greta Thunberg, da Luciana Castellina a Emiliano Brancaccio: nell’ex base NATO movimenti, associazioni, artisti e intellettuali mettono in comune battaglie e visioni
Cosa hanno in comune la Palestina e Bagnoli, i CPR e le spiagge negate, la crisi bradisismica e il diritto alla casa, la guerra e la trasformazione delle città? MAREA nasce dalla convinzione che queste battaglie non possano più procedere separate.
Dall’8 all’11 ottobre, nell’ex base NATO di Bagnoli, associazioni, comitati, movimenti, artisti e cittadini hanno costruito un villaggio per provare a farle incontrare. Non soltanto un festival, ma un esperimento di convergenza tra esperienze diverse, con l’ambizione di far sopravvivere la rete ai quattro giorni che l’hanno fatta nascere.
Il nome ne contiene il programma: Mediterraneo, Arte, Resistenza, Ecologia, Azione. E anche il luogo parla. Fare politica, arte e socialità dove per decenni ha operato una base militare significa rovesciarne simbolicamente la funzione: da spazio della guerra a luogo aperto alla città.
Bagnoli è il punto di partenza. Un territorio segnato dall’industria e dall’inquinamento, da una bonifica attesa da oltre trent’anni, dalla crisi bradisismica e oggi dall’America’s Cup. Un caso concreto dal quale porre una domanda più grande: chi decide come cambiano le città e nell’interesse di chi? Nel manifesto, Bagnoli è assunta proprio come luogo nel quale si concentrano contraddizioni ambientali e territoriali che vanno oltre il quartiere.
Lo sguardo arriva così al Mediterraneo. La Palestina, il rifiuto della guerra e del militarismo, la libertà di movimento e la denuncia dei CPR si intrecciano con lavoro, Mezzogiorno, diritto alla casa, mare libero e ambiente. È in questo quadro che MAREA mette insieme voci come Francesca Albanese, Greta Thunberg, Luciana Castellina, Emiliano Brancaccio, Pasquale Tridico e Luca Persico ’O Zulù, insieme alle realtà sociali.
E poi mostre, teatro, musica, laboratori, attività per bambini. Perché anche non separare cultura e politica è parte dell’esperimento: l’arte, recita il manifesto, non come decorazione del conflitto ma come linguaggio capace di produrre immaginario collettivo.
La questione, allora, non è quante persone abbiano attraversato il Village. È cosa resta quando si smontano palco, stand e mostre.
MAREA prova a lasciare una rete: persone e battaglie che si riconoscono e scoprono di poter agire insieme. Perché il festival, nelle intenzioni di chi lo ha costruito, non è un punto di arrivo ma un momento di costruzione.
Una marea, se è davvero tale, non finisce quando si smonta il palco.
