L’ACQUA CHE NAPOLI HA RITROVATO
di Franca Fuga
06/10/2026

La Fonte Suffregna è di nuovo chiusa. Il Comitato Acque del Chiatamone chiede chiarezza sul suo futuro e propone un atto civico per tutelarla come bene comune

Per oltre mezzo secolo l’Acqua Suffregna, l’antica acqua ferrata del Chiatamone, è stata data per perduta. Sparita dalla vita della città negli anni Settanta, continuava a scorrere nel sottosuolo. A ritrovarla il Laboratorio Architettura Nomade (LAN) e la rete CoolCity nella cornice del progetto Hydrosòphia.

Secondo la ricostruzione del Comitato Acque del Chiatamone, al recupero è seguita una nuova chiusura della grotta, tornata ad allagarsi. I promotori lamentano l’assenza di risposte alle richieste di incontro inoltrate al sindaco Gaetano Manfredi e contestano un progetto di fruizione prevalentemente turistica. Riferiscono inoltre che nel marzo 2026 la Giunta ha affidato il sito ad ABC per lavori mai partiti, chiedendo chiarezza sulla gestione.

Era l’acqua degli acquaioli, servita nelle mummarelle, simbolo di una cultura popolare in cui l’acqua era parte della vita urbana.

La storia è lunga. Partenope viene fondata su queste acque. Nel 1731 un’epigrafe sul costone di Monte Echia sancisce che non debbano essere sottratte al popolo napoletano. Con l’Unità d’Italia la città si espande sul mare e sorgono i grandi alberghi. Nel 1973 il Comune vieta l’accesso alla grotta, attribuendo all’acqua la diffusione del colera. Nel 2023 il Ministero della Cultura pone un vincolo demo-etno-antropologico sulla proprietà comunale, impugnato poi dai grandi alberghi davanti al TAR.

Ritrovare una sorgente non significa averla salvata. Oggi la grotta è di nuovo allagata e chiusa: l’Acqua Suffregna tornerà a essere un bene comune accessibile o diventerà oggetto di privatizzazione e sfruttamento turistico?

La proposta di un atto civico richiama i movimenti per i Diritti della Natura e riconosce alla sorgente il diritto di esistere, fluire, rigenerarsi ed essere preservata. Tre gli ambiti di tutela: flusso dell’acqua, protezione dall’inquinamento e memoria dei luoghi, con l’apertura della proprietà comunale tra via Partenope e via Chiatamone e il ripristino dell’originario giardino pubblico.

Custode della sorgente dovrebbe essere il Comitato, aperto a residenti, studiosi, associazioni e attivisti: campionamenti partecipati con dati pubblici, dialogo con Regione e Comune e un patto per la gestione partecipata della fonte.

Della via da seguire si discuterà in una tavola rotonda con cittadini ed esperti.

Dopo cinquant’anni la città ha ritrovato la sua acqua. Riportarla alla luce non basta.
Napoli rischia di perderla una seconda volta.