La Criminalizzazione della Solidarietà: l’Italia in guerra contro le voci della Palestina
di L.M. Arden
17/12/2025

Mentre il governo italiano fornisce copertura politica e militare al genocidio in corso a Gaza, sul fronte interno avanza una persecuzione giudiziaria silenziosa ma brutale contro la comunità palestinese e chi la sostiene. L’Italia di Meloni si sta trasformando nella punta di diamante della repressione europea del dissenso, usando il codice penale come strumento politico per ridurre al silenzio chi difende il diritto alla resistenza.

Il caso di Anan è emblematico: detenuto nel carcere di massima sicurezza di L’Aquila, vive in un limbo giuridico. La Corte d’Appello ha negato l’estradizione in Israele riconoscendo il rischio concreto di tortura, ma la giustizia italiana continua a trattenerlo in custodia cautelare. Il suo “crimine” è aver sostenuto la resistenza della sua gente a Tulkarem, motivo per cui viene equiparato a un terrorista.

Ancora più inquietante è il braccio di ferro sul caso di Shahin, imam a Torino da vent’anni. Sebbene sia stato recentemente scarcerato dai giudici, che hanno smontato l’accusa di pericolosità sociale, la sua persecuzione non si arresta. Il governo Meloni ha duramente condannato la decisione dei tribunali, manifestando l’intenzione di proseguire l’iter per la sua espulsione. La sua unica colpa, per un esecutivo che vuole criminalizzare il dissenso, è aver contestualizzato il 7 ottobre come atto di resistenza, trasformando un’opinione religiosa e politica in un reato.

La rete repressiva stringe anche Ali Irar, Mansour Doghmosh e attivisti come Tarek e Ahmad Salem, colpiti da misure cautelari, perquisizioni all’alba e sorveglianza speciale. Per loro la vita è diventata un percorso a ostacoli.

Questa offensiva giudiziaria non è cronaca: è guerra interna. Lo Stato applica una “giurisprudenza del nemico”, dove antisionismo e antisemitismo vengono fusi ad arte e la solidarietà diventa reato. La libertà di queste persone è oggi la linea del fronte.