12/02/2025
I tavolini dei bar si sono presi quel che restava di piazze, vicoli e marciapiedi
Napoli non è mai stata la città dei bambini. E nemmeno degli adolescenti.
Nel centro storico non esiste un metro quadrato di verde a loro disposizione.
In periferia i grandi parchi del dopo-terremoto languiscono senza manutenzione, squallidi e desertati anche da chi ci abita accanto.
Perfino nei quartieri alti, il parco giochi Mascagna, l’unico del Vomero, è stato riaperto solo dieci giorni fa dopo un anno e mezzo di lavori di ristrutturazione.
I “ragazzi di strada”, che non si lasciano scoraggiare facilmente, hanno da sempre ovviato a questa penuria con l’abituale sfrontatezza, utilizzando per i loro giochi ogni anfratto disponibile: la forma triangolare all’incrocio tra due strade, il cortile irregolare sul retro di una schiera di palazzi, un’aiuola sorta per riempire un dislivello.
Non bastano le fioriere messe a bella posta negli ultimi spiazzi disponibili, le guardie giurate a piantonare gli spazi monumentali, i tavolini dei bar che si sono presi quel che restava di piazze, vicoli e marciapiedi; da qualche anno gli mandano addirittura la celere per impedirgli di celebrare la tradizione a cui tengono di più, il grande gioco dei falò di quartiere nel giorno di Sant’Antonio.
Ma oggi questa lenta deriva che avvelena la vita quotidiana di tutti, non solo dei più giovani — l’abbandono, l’incuria sistematica, l’inefficienza delle amministrazioni — hanno trovato finalmente la loro panacea: affidiamo tutto ai privati!
— dicono i nostri governanti — dismettiamo ogni residuo lembo di spazio pubblico, liberiamoci finalmente di ogni responsabilità. Che se ne occupino loro!
Ma la qualità della vita negli spazi pubblici è anche un progetto di trasformazione della città.
E se la città è in primo luogo di chi la abita, di chi lotta per migliorarla, di chi spesso in solitudine deve subirla e difendersene, allora questo progetto non ci appartiene.
È ancora tempo di lottare per un’altra città, che non è quella dei turisti, dei grandi eventi e delle chiacchiere sulla “valorizzazione” dei beni pubblici.
