JULIAN ASSANGE LIBERATO
di Patrick Boylan
12/07/2024

Gli Stati Uniti costretti aò patteggiamento con il fondatore di Wikileaks.

“Non capita tutti i giorni di vincere una battaglia politica – e ancora meno spesso contro il governo più potente del mondo”, ha scritto Reto Thumiger il 26 giugno scorso su Pressenza; “ma oggi possiamo gioire perché Julian Assange è libero!” Infatti, il fondatore di WikiLeaks ha vinto la sua battaglia contro la persecuzione giudiziaria statunitense durata 14 anni, grazie alla tenacia dei suoi familiari ma anche grazie al sostegno di milioni di attivisti in tutto il mondo.   Ora è un uomo libero, riunito con la sua famiglia in Australia.

Gli Stati Uniti avevano progettato da tempo, invece, un diverso esito: volevano prelevare Julian all’interno di Belmarsh, ammanettarlo e portarlo, nella stiva dell’aereo della CIA che lo attendeva da mesi sulla pista di un aeroporto militare londinese, direttamente alla Corte Distrettuale di Alessandria (Virginia), a due passi da Washington.  Si tratta del famigerato tribunale che incarcera d’ufficio chiunque, come Assange, venga accusato di violare l’Espionage Act, una legge del 1917 (sic) contro lo spionaggio.

Invece, non è andata così.  Lo scorso mercoledì mattina, Julian Assange, senza manette e dopo un viaggio comodo in un lussuoso jet privato, si è presentato, di propria volontà e grazie ad un rilascio temporaneo da Belmarsh su cauzione, presso il piccolissimo Tribunale civile di Saipan – la corte distrettuale statunitense più distante da Washington – per ratificare, davanti ad un giudice estremamente accomodante, il patteggiamento da lui concordato.

Cosa prevede l’atto di patteggiamento? In pratica, gli Stati Uniti avrebbero voluto infliggergli una pena di 175 anni (due ergastoli) e invece, alla fin fine, hanno pattuito soli 5 anni, peraltro già scontati.  Avrebbero voluto accusare Julian di hacking (intrusione informatica): invece, la parola non viene nemmeno menzionata nell’atto. Avrebbero voluto imputargli 17 capi di accusa di spionaggio: si sono accontentati di uno solo, la “sottrazione e disseminazione di documenti”.  Non solo, ma hanno accettato di ritirare la loro richiesta di estradare Julian e si sono impegnati a non ripetere in futuro la richiesta di estradizione nei suoi confronti.

Non ci sono dubbi: gli Stati Uniti hanno cominciato questa vicenda con un pugno di ferro e sono finiti con un pugno di mosche.