17/12/2025
Marwan Barghouti è in isolamento, simbolo vivente della condizione palestinese. Da oltre due decenni Israele tiene imprigionato questo leader carismatico, temendo non la forza militare ma la sua capacità di unificare il frammentato panorama politico palestinese. È considerato il “Mandela palestinese”, eppure l’Occidente, che pure celebra la figura di Mandela, tace mentre Barghouti marcisce in una cella israeliana. È il volto di quasi 10.000 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri dell’occupazione, un sistema che dal 7 ottobre è precipitato nella barbarie. Sotto le direttive di Ben-Gvir, tortura, fame e umiliazione sono divenute routine quotidiane. Lo stesso Barghouti è stato picchiato e rinchiuso in celle buie e soffocanti nel tentativo di spezzare uno spirito che non cede. Israele lo teme perché incarna legittimità e unità: è il ponte tra le fazioni e una possibile via democratica. La sua liberazione non riguarda solo un uomo, ma rappresenta la condizione necessaria per immaginare davvero la libertà di un intero popolo. Senza di lui ogni progetto per il futuro resta incompleto e fragile, e manca la speranza.
