08/05/2025
In tempi in cui tutto si mescola, fare distinzioni non è un lusso: è una necessità. L’accostamento continuo e arrogante dei termini “antisemita” e “antisionista”, promosso da politici, giornalisti e protagonisti di talk-show, richiede una presa di posizione netta.
L’antisemitismo, ieri come oggi, è un crimine di odio; un pensiero vile e una pratica violenta che va combattuta in tutte le sue manifestazioni. Accusare di “antisemitismo” chi si schiera contro il genocidio a gaza e contro il regime di occupazione e di apartheid in cisgiordania non è solo un gesto infamante e privo di fondamento. È qualcosa di peggio: un modo per svuotare di significato le ragioni di chi denuncia il massacro in corso.
“Antisionismo”, d’altra parte, è l’opposizione alle politiche colonialiste del governo israeliano. Coloro che stravolgono il bersaglio della critica, sostituendo l’israeliano colonialista con la persona di religione e cultura ebraica, fanno uno scambio cinico e in malafede, che serve solo a proseguire le stragi di civili aggirando l’indignazione dell’opinione pubblica.
